Catturare l’emozione

Alessandro di Battista emozionatoDescrivere una emozione è uno degli obiettivi più difficili e al contempo più remunerativi dal punto di vista del risultato.

Fotografare, vuol dire scrivere, disegnare, esprimersi.

Fotografare emozioni come la gioia, la paura, il disagio dell’essere umano rende il nostro racconto completo, gli da’ un senso, e la fotografia non è più un gesto tecnico fine a se stesso, ma un emozione essa stessa che rivive ogni volta che si guarda la foto.

Questo è uno di quei momenti, dove ho cercato di documentare più che rappresentare, un momento ne quale ero coinvolto anche io e forse anche per questo non so se è uno dei più riusciti.

Siamo sul palco della serata di fine campagna elettorale per le Europee 2014 del Movimento 5 stelle, piazza S.Giovanni era già abbastanza piena, il sole al tramonto e si respirava l’aria dei grandi eventi di folla.

Salgono sul palco i parlamentari in carica, non sono ovvamente tutti, saranno una quarantina con avanti i due alfieri Luigi di Maio e Alessandro di Battista, il primo cerca di prendere la parola al microfono, ma l’urlo della folla glielo impedisce.

Da un urlo confuso si comincia a distinguere un coro “Grazie, grazie” e a quel punto si comincia a percepire la difficoltà. L’emozione di chi era sul palco.

L’emozione contagia tutti, parlamentari,  volontari, tecnici, tutti queli che stavano la sopra per un motivo o per l’altro, e anche io non ne ero immune. Scatto foto a raffica con la vista un po’ annebbiata e la mente che mi diceva: “è il momento! è il momento!”.

Il momento di documentare qualcosa di speciale, in fin dei conti non ero lì in viaggio premio, nemmeno a salutare quattro amici, ero lì per fare foto e raccontare un evento unico, un pezzetto di storia, bene o male che sia.

Ed eccolo lì, Alessandro di Battista, una delle icone di questo movimento, gli occhi lucidi, la necessità di allontanare lo sguardo dalla folla osannante, il dovere di recuperare contegno perché da li a qualche minuto, a quella folla, avrebbe parlato appassionatamente.

Fare buone foto è sempre difficile, in questa situazione è stata una vera sfida, in quel momento la parte irrazionale di me voleva andare li e stringegli la mano, piuttosto che fargli una foto, voleva buttarsi nella folla e partecipare a quell’urlo liberatorio che spezzasse la tensione. Ma nulla di tutto questo, dovevo fare il meglio che potevo.

Il risultato tecnico non mi soddisfa del tutto, ma sono contento di aver colto l’attimo, di averlo cercato nella direzione giusta, e catturato.

Sono abituato ad essere più riflessivo nelle foto, non sapevo quanto il coinvolgimento nella storia ne distorca il racconto e, da questo punto di vista, devo crescere ancora molto. Un evento come questo ha mille altri racconti da cui prendere spunto, con cui confrontarsi in cui scoprire il proprio essere fotografo.

 

Chi sono e chi vorrei essere.

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La fotografia, soprattutto da quando mi sono rimesso a “studiare”, mi ha permesso di guardare alle cose che faccio in un modo diverso, meno soggettivo, meno coinvolto.

Tempo fa lessi un articolo su come scegliere l’attrezzatura migliore, qual è la migliore macchina fotografica? Il migliore obbiettivo? ecc.  tralasciando elucubrazioni tecniche e tecnologiche, la risposta più semplice è: ”Quella che ti garantisce il risultato migliore!”

Ed è proprio partendo ai risultati, dal guardare le proprie foto che ci si rende conto di quanto siamo diversi da quello che vorremmo essere, cosa facciamo invece di cosa vorremmo fare.

Quante volte abbiamo acquistato, o solo desiderato, un obiettivo specialistico come un macro, uno zoom, un super tele (non il pallone !) per poi guardarlo impolverarsi dentro un armadio, o peggio, subendone il peso nello zaino per poi rendersi conto di usarlo troppo poco ?

Se solo avessimo guardato meglio le nostre foto, ci saremmo accorti che non c’era nemmeno una libellula, una farfalla, un gabbiano in volo e avremmo sicuramente valutato diversamente l’oggetto, lo strumento.

Oggi comincio a sentire quel peso inutile, guardo le mie foto e cerco di capire chi sono, cosa faccio,  rallento la ricerca di un modello e passo allo sviluppo di qualcosa, qualcosa che sia mio, cerco qualcosa che sia “io”.

Non è facile, ma quando c’è da costruire niente è facile, con le cose, le persone, figuriamoci con se stessi. Qualche cosa di buono lo trovo: sincerità, semplicità e le mie foto migliori lo sono, ma anche i miei difetti sono nelle foto, li riconosco tutti.